COVID. LA BERGAMASCA, UN ANNO DOPO. UN LUOGO IN CUI GLI SGUARDI HANNO CAMBIATO ESPRESSIONE

Occhi negli occhi. Occhi che guardano un paziente, che cercano di comunicare affetto, vicinanza, occhi che chiedono attenzione e che reclamano una carezza, sguardi attenti che osservano e documentano, per non dimenticare. E’ passato un anno dalla mesta e atroce sfilata degli automezzi dell’esercito che trasportavano, in una città silente e attonita, le numerose salme private dall’estremo saluto dei propri cari. Un anno che resterà nella storia, come uno dei più cupi e terribili della Bergamasca, ma anche dodici lunghi mesi che hanno dato speranza proprio attraverso il luccichio degli occhi, il sorriso nascosto dalla mascherina, le lacrime trattenute e i tanti gesti quotidiani di solidarietà, piccoli e nobilissimi, che hanno contraddistinto un territorio messo in ginocchio dal virus.  Il Covid, a Bergamo e nelle valli limitrofe, ha letteralmente spazzato via una generazione, ha falciato famiglie intere nell’indifferenza di uno Stato e di una Regione percepiti lontani e assenti da chi con quel dolore sta facendo ancora i conti.

.

.

.

.

GIAMPAOLO PASINI, infermiere presso l’ospedale di Piario,  ha fatto tante volte i conti con lo sguardo disperato dei suoi pazienti e con il buio della malattia perché il Covid lo ha contratto anche lui.

Alla domanda serale della moglie: “Com’è andata oggi?”, “l’unica risposta possibile”, racconta Giampaolo, ancora commosso, “era una sola: un pianto ininterrotto per il tanto, troppo dolore vissuto ogni giorno accanto al letto dei malati. Poi mi sono ammalato io:  tre mesi di ricovero, un periodo in terapia intensiva, l’incubazione preceduta da un casco dal rumore assordante, da dolori ossei devastanti e da valori della saturazione che, a un addetto ai lavori, facevano venire i brividi. Giampaolo ha 57 anni, è un tipo forte. “Mai un giorno di malattia”, prosegue, “Mai un’influenza. Tanta montagna, lunghe escursioni in alta quota e alpinismo. Ero, insomma, uno di quelli che, sulla carta, non avrebbe mai dovuto ammalarsi così gravemente. E invece, quanti ne abbiamo visti di giovani in ottimo stato di salute, devastati dal virus. E’ una bestiaccia imprevedibile che fa stare male, talvolta malissimo, e ti ruba la vita. Capita al trentaseienne appena rientrato dalla catena himalayana  e al signore più anziano in sovrappeso, un po’ meno, proporzionalmente alle donne. Ma nessuno è escluso, non si può sapere a priori come il corpo reagirà. Quanti ne ho visti soffrire, morire… Molto probabilmente io sono stato contagiato da un malato grave, in preda alla disperazione. A un  certo punto, distrutto dalla “fame d’aria”, sconfortato e impaurito, si è tolto il casco e mi ha strappato la mascherina. Tossiva e faticava a respirare. Io privo di protezione sono stato così infettato. E’ bastato un attimo. Una settimana dopo i sintomi, a cominciare dai dolori alle ossa. Era come se mi avessero preso con violenza a bastonate, come se fossi stato trafitto da pugnalate. La febbre andava e veniva, precipitando paradossalmente la sera a valori molto bassi senza aver assunto antipiretici, la mancanza di fiato, la tosse senza tregua per ore, il pronto soccorso, il ricovero… Un climax incomprensibile, diverso per ogni malato e che mi ha portato a essere intubato. Il ricordo, una volta risvegliato, della sete pazzesca che provavo nel sonno in terapia intensiva; il suono delle voci che vagamente percepivo perché i malati accanto a me pronunciavano sempre la medesima frase: ”Ho la febbre ancora alta”. La solitudine nel reparto, nonostante l’affetto e la dedizione straordinaria dei medici e degli infermieri dell’ospedale di Esine dove sono stato ricoverato dal 10 marzo al 12 giugno, complice una ricaduta da reinfezione, evento non raro per chi finisce intubato. Il dover imparare di nuovo  a scrivere, a parlare, a muovermi, a vivere di nuovo. La mia volontà di ferro per riprendermi e il desiderio di scacciare il pensiero dei miei cari a casa per non impazzire. Alla fine ne sono uscito. Sono stato fortunato: ce l’ho fatta e che cosa ho imparato? A dedicarmi ancora di più a chi ha bisogno e… a un anno di distanza sono in tanti. Il vuoto di chi se n’è andato e la sofferenza di questi mesi hanno lasciato strascichi enormi nella popolazione. C’è tanto, tanto da fare…”.

ANTONELLA MATTA è una giovane volontaria della Croce Rossa del Comitato di Bergamo, in prima linea quando iniziarono le chiamate continue di chi “aveva fame d’aria”.

“Il ricordo delle notti dei primi di marzo in ambulanza? Gli occhi sbarrati dei malati”, racconta, “il loro respiro affannoso, gli sguardi provati dei parenti inermi che vedevano un padre, una madre, un figlio andar via nella speranza, spesso vana, di rivederlo; gli occhi stravolti degli equipaggi delle ambulanze, esausti, sfiniti da un super lavoro senza precedenti. I turni infiniti, le corse per arrivare in ospedale, le lunghe attese delle ambulanze per i ricoveri, l’organizzazione della logistica. Rammento i gesti di solidarietà: una torta preparata per i volontari da una mamma accompagnata dal disegno della sua bambina. Ricordo la mattina in cui un ragazzo dell’esercito, mentre stavo per iniziare il turno in ambulanza, mi fermò e mi disse: “Stia attenta!” e mi salutò mettendosi sull’attenti per dimostrare la sua gratitudine e condivisione. Fu un momento di emozione molto forte che ricorderò per sempre.

ANNAMARIA CORTESI, la testimonianza di una perdita e di una guarigione, partendo dall’ospedale di Alzano.

“Com’è difficile elaborare il lutto di un proprio caro di cui non si è potuto celebrare neppure il funerale! Tutto è partito a fine febbraio dall’ospedale di Alzano che mio marito frequentava a causa della sua trombosi venosa e dove si è contagiato, quando del Coronavirus non sapevamo ancora nulla, a parte i primissimi casi del Lodigiano. Un incubo improvviso che nel giro di pochi giorni ha trasformato la vita della mia famiglia come quella di tanti altri abitanti della Bergamasca. Mio marito finito in ospedale a Seriate il 12 marzo a causa del Covid che si stava facendo via via più aggressivo e mio padre, un ottantaseienne attivissimo, che per quel maledetto Coronavirus ci aveva lasciati solo due giorni prima. Io in quarantena. I figli adulti, entrambi lontani da casa. La vita era così diventata improvvisamente cupa e dolorosissima. Mio marito, dopo un ricovero a Seriate, dove io stessa avevo a lungo lavorato come infermiera, è riuscito a riprendersi e a tornare a casa, nonostante accusi ancora, a distanza di un anno, qualche dolore retrosternale legato al post Covid. Per mio padre il ritorno è stata una faticosa  richiesta da parte nostra per ottenere almeno l’urna dal crematorio di Alessandria. Di quel periodo ricordo l’aria cupa, le persone “andar via” senza un saluto, senza uno sguardo. Ricordo quanto vidi mio marito entrare in ospedale, provato e debole e con gli occhi lucidi. Rammento il mio di sguardo a un ospedale in cui avevo prestato servizio e che non riconoscevo più. Ero un luogo diverso: le ambulanze in fila, le auto dei carabinieri. E intorno le strade deserte e i miei occhi persi”. 

GESSICA COSTANZO, giornalista e direttrice di Valseriana News, autrice del libro testimonianza  “La Valle nel Virus” scritto a quattro mani con Davide Sapienza (ed. Underground).

La sua era un’esigenza profonda, impellente: quella di testimoniare ciò che si temeva potesse essere perduto e dimenticato. “Così è nato un libro”, spiega Gessica, “per raccontare una ferita ancora oggi aperta, quella, non solo di Bergamo ma anche delle valli limitrofe, come la Val Seriana”. E’ un taglio ancora sanguinante, una cesura profondissima tra un prima e un poi: la vita pre Coronavirus e quella seguente. “E’ la raccolta”, prosegue Gessica, “delle testimonianze di genti delle valli che si sono fatte forza fra di loro supportandosi con grinta e determinazione perché il bergamasco “el mola mia”.  E’ la storia del mio collega Diego Percassi che si è ammalto di Covid all’inizio dello scorso marzo e ha dovuto fare i conti con un post virus molto faticoso a livello psicologico, rischiando pure una forte depressione. E’ la storia virtuosa della dottoressa di famiglia di Diego a cui lui è immensamente grato perché andava regolarmente a visitarlo in bicicletta. Sono testimonianze di dedizione, di coraggio e di forza di volontà”.

CONSUELO LOCALI, AVVOCATO, Anagenesis Centro di Ricerca e Monitoraggio Preparazione Pandemica 

“La morte di mio padre a causa del Covid-19 nel mese di Marzo è stata una forte spinta per diventare coordinatrice del team legale di Anagenesis, Centro di Ricerca e Monitoraggio Preparazione Pandemica di Bergamo impegnato a redigere una richiesta di legge in tema di pandemie. Il gruppo tiene a far sapere che la proposta sopperisce alle carenze funzionali del sistema che sarebbero garantite da una legislazione sanitaria in materia a oggi ancora inesistente. Nato poche settimane Anagenesis chiede che Draghi metta l’esercito alla guida della campagna vaccinale come avviene in Israele. La nostra battaglia continua”.

EMANUELE RONCALLI fa il giornalista, è una firma storica dell’Eco di Bergamo, il quotidiano che più di tutti ha seguito l’evolversi della pandemia nella Bergamasca.

“Mi occupo da numerosi anni di cultura e spettacolo”, racconta Roncalli, “ ma quando, a inizio marzo scorso il Covid ha messo ko la redazione, ho iniziato immediatamente  a seguire l’emergenza sanitaria. Eravamo al lavoro solo in quattro giornalisti su cinquantadue. Gli altri erano malati o in quarantena. Così mi sono trovato, senza quasi avere la possibilità di rendermene conto, nelle corsie di un ospedale per documentare ciò che non avrei neanche lontanamente immaginato di vedere e descrivere. Bardato di occhiali, mascherina e guanti, il ritorno in redazione  aveva un che di surreale. Scrivanie vuote, un silenzio mai sperimentato prima di allora, interrotto solo dal suono (frequentissimo e terribile) delle ambulanze e… una gran voglia di piangere. Le strade per arrivare al lavoro erano pressoché deserte, bando i mezzi di soccorso e i blindati adibiti al controllo dei rari passanti. Un clima che mi ricordava, con le dovute proporzioni e differenze, le aree di guerre con cui avevo avuto a che fare in passato. E se spesso si diceva: “Ma il Covid non è mica una guerra, l’esercito a Bergamo era arrivato sul serio…”. L’aria, lugubre e grigissima, odorava di morte. Un periodo durissimo, fatto anche da tanti gesti di vicinanza: un pasto caldo preparato per chi abitava da solo, lo sforzo continuo di medici e infermieri, volontari,… e la dedizione delle badanti, numerosissime a Bergamo come in qualunque luogo in Italia. Sì, badanti! Ci avete mai pensato: molte di loro hanno rischiato quotidianamente la vita per proteggere i nostri cari e a loro dobbiamo ancora, a distanza di un anno, un enorme ringraziamento”.

FRANCESCA NAVA, giornalista e documentarista, inviata per RAI 3 

“A fine Febbraio le notizie che arrivavano da Bergamo, la mia città natale, erano allarmanti e mi sono messa subito in viaggio per raggiungere la mia famiglia che ancora vive lì. Durante la mia permanenza, per precauzione sono stata da sola in un altro appartamento lontano dai miei familiari. La situazione ogni giorno era sempre più critica e non potevo non raccontare questa storia. Ho iniziato ad indagare sui fatti avvenuti all’ospedale di Alzano Lombardo grazie a fonti di prima mano. Arrivò così un’incredibile mole di informazioni che ho deciso di racchiudere in un libro, “Il focolaio. Da Bergamo al contagio nazionale”. E’ stato molto doloroso, a tratti devastante,  ma dovevo testimoniare per tutte le persone che non ci sono più per colpa della negligenza di qualcuno e di decisioni non prese. In Valseriana migliaia di persone si ammalavano e morivano ogni giorno. Volevo e dovevo scoprire i motivi che hanno determinato questa tragedia. Bergamo doveva essere suo malgrado un monito in previsione di una seconda ondata, per non ripetere gli stessi macroscopici errori. Così purtroppo non è stato”. 

*****************

LA BERGAMASCA E I PUNTI OSCURI: DALLA ZONA ROSSA MANCATA AL FOCOLAIO NELL’OSPEDALE DI ALZANO

La prima ondata del Covid nella Bergamasca è stata molto violenta per diverse ragioni, alcune delle quali difficili da quantificare e non ancora non del tutto accertate. Se da una parte eravamo ancora in una fase molto confusa e complessa della pandemia e il virus era totalmente nuovo e sconosciuto (ora, a distanza di un anno, si è compreso qualcosa in più, ma la strada è ancora lunga come ha più volte lo stesso Prof. Silvio Garattini, da me recentemente intervistato), è pressoché certo che la gestione della zona sia stata particolarmente difficoltosa e non scevra da gravi errori.

E’ infatti in corso un’indagine sull’ospedale di Alzano e sulla gestione dell’epidemia nella Bergamasca. L’indagine si ramifica sostanzialmente in tre filoni e le ipotesi di reato sono omicidio colposo ed epidemia colposa. Il primo riguarda la mancata zona rossa in Val Seriana, il secondo le Rsa e i tanti anziani deceduti, il terzo l’ospedale di Alzano e la riapertura dopo tre ore dalla chiusura in seguito alla scoperta dei primi due positivi, lo scorso 23 febbraio.

I MORTI NELLA BERGAMASCA

Mentre le fotografie dei mezzi dell’esercito che trasportavano centinaia di bare hanno fatto il giro del mondo e l’Eco di Bergamo pubblicava un elenco infinito di necrologi è emersa una drammatica verità: a fronte di 2060 decessi “ufficiali” certificati Covid, avvenuti negli ospedali bergamaschi nel solo mese dello scorso marzo; numerosissime sono le altre morti “sommerse” per il virus nei comuni bergamaschi.

Secondo l’analisi svolta dall’Eco di Bergamo e da IN.TWIG (agenzia di comunicazione e analisi dati), a marzo a Bergamo e provincia sarebbero morte 5.400 persone, di cui 4.500 riconducibili al Covid. Un numero inquietante che mostra quanto i dati ufficiali rappresentino solo la punta dell’iceberg.

Testo di Paola Scaccabarozzi